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Il contesto internazionale

Negli ultimi due secoli, a seguito dei processi innescati dalla rivoluzione industriale, alcuni Paesi hanno compiuto un significativo miglioramento del proprio livello di crescita economica rispetto a quelli che non hanno conosciuto tale forma di sviluppo e che sono diventati via via più poveri.
Per dare un’idea dell’attuale divario che intercorre tra paesi del mondo l’UNDP (United Nations Development Programme), in uno dei suoi rapporti annuali, usa un modello statistico basato sul reddito delle famiglie.
Rappresentata graficamente, la distribuzione del reddito globale assume la forma di un calice dalla coppa molto larga e lo stelo molto sottile: la fascia più alta (20%) detiene oltre il 75% del reddito globale, mentre quella più bassa (20%) ne detiene appena l’1,5%.
La fascia più ricca è composta in grande maggioranza (per i nove decimi) da abitanti dei paesi economicamente sviluppati, principalmente Stati uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Paesi della UE, mentre quella più povera è composta quasi interamente da abitanti dell’Africa subsahariana, dell’Asia orientale e meridionale.
Vivere in povertà significa essere in una condizione sociale caratterizzata da sottoalimentazione cronica, situazione abitativa e igienica disastrosa, forte esposizione alle malattie infettive e parassitarie, analfabetismo, mancanza di potere decisionale, dipendenza, emarginazione, vulnerabilità e insicurezza, e questa situazione riguarda in maniera più o meno grave circa un miliardo di persone e appare particolarmente drammatica per il continente africano.
Nell'Africa Sub-sahariana una persona può sperare di vivere in media 46 anni, 32 in meno dell’aspettativa di vita media nei paesi a sviluppo umano avanzato. In alcuni paesi vi è stato un drammatico peggioramento a causa della diffusione dell’HIV/AIDS.
La necessità di ridurre il gap esistente tra i Paesi in Via di Sviluppo (PVS), dell’Africa in particolare, ed i paesi sviluppati, è stata più volte ribadita dalla comunità internazionale in diverse sedi.
Nel settembre 2000 le Nazioni Unite, con l’adozione della “Dichiarazione del Millennio” hanno enunciato gli obiettivi prioritari della cooperazione allo sviluppo, fissando i traguardi che la comunità internazionale si è proposta di raggiungere entro il 2015 (Millenium development goals, MDGS):

· lotta alla povertà e alla fame
· educazione di base universale
· eliminazione delle disparità tra i sessi
· riduzione di due terzi della mortalità infantile
· miglioramento della salute materna
· lotta contro l’Aids, la malaria e le altre malattie infettive
· protezione dell’ambiente
· creazione di rapporti di partenariato globale per lo sviluppo

In un quadro così complesso e con obiettivi di portata così rilevante, tutti i paesi sviluppati sono chiamati a dare il loro contributo, in quanto, come l’esperienza ha dimostrato, molto spesso le zone povere sono fonte di instabilità per l’intera comunità internazionale.
Le stesse Nazioni Unite evidenziano come estendere la comunità in cui i valori sono condivisi può contribuire in modo significativo ad affrontare temi delicati quali il governo dei flussi migratori, la lotta al terrorismo, la disparità economica, la salvaguardia dell’ambiente.
In questo contesto internazionale, anche le Amministrazioni Locali possono svolgere un ruolo significativo: esse infatti si trovano sempre più spesso a dover affrontare problematiche che hanno origine in altri contesti ma ripercussioni anche sui propri territori e che pertanto richiedono un approccio integrato e globale.
Quali possono essere pertanto, da un punto di vista etico-politico, le ragioni per le quali un Comune, una Provincia o una Regione si occupino di cooperazione, pace e solidarietà internazionale e come si giustifica il loro intervento in uno scenario internazionale?
Innanzitutto motivazioni di carattere etico: la disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo è evidente ed intervenire per migliorare le condizioni di vita di tali popolazioni è un imperativo morale di ogni singola comunità, un’azione concreta per ristabilire condizioni dignitose di vita e favorire la  pacifica convivenza tra i popoli. 
Appare chiaro dunque che l’affrontare i temi della pace, cooperazione e solidarietà sia anche specifico “interesse” delle economie più progredite. Un clima di maggiore sicurezza diminuisce le tensioni sociali (xenofobia, intolleranza, ecc.) e ambientali che discendono dalle pressioni migratorie. La stabilità e la coesione di una comunità limitano i rischi della violenza e della criminalità i cui effetti si fanno sentire tanto nelle nostre società come in quelle dei Paesi in Via di Sviluppo.
Da ultimo è evidente che le tendenze in atto nell’ultimo quarto di secolo, in particolare la globalizzazione e l’interdipendenza dei fenomeni (crescita della popolazione, urbanizzazione, innovazione tecnica, globalizzazione dell’economia), hanno effetti tanto a livello globale quanto a livello locale e richiedono pertanto risposte complesse e integrate.
In questo contesto la solidarietà e la collaborazione tra le comunità locali sono necessarie per affrontare e risolvere problematiche condivise nonché perseguire aspirazioni comuni per lo sviluppo economico e sociale.
Il termine cooperazione indica un’interazione tra due soggetti; il processo pertanto non può essere promosso e realizzato unilateralmente, ma mediante il coinvolgimento e la collaborazione tra i Paesi del Nord e del Sud del Mondo, per poter individuare al meglio interventi condivisi, sostenibili e rispettosi delle specificità e delle culture locali.

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